Gelosia: perché è un’emozione a tre persone e riguarda ogni relazione
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La gelosia è l’emozione che proviamo quando temiamo che un legame importante venga minacciato da una terza persona. Per questo si dice che è un’emozione a tre: ci sei tu, c’è la persona a cui tieni, e c’è un’altra figura che sembra mettersi in mezzo. Senza quel terzo vertice, la gelosia non ha ragione di esistere.
Il primo esempio che viene in mente è il triangolo amoroso, ma la stessa struttura si ritrova tra amiche, tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli, tra colleghe e colleghi. In questo articolo vediamo che cosa distingue la gelosia dall’invidia, dove compare, che cosa temiamo quando la proviamo e che cosa possiamo farne.
Gelosia e invidia: che differenza c’è
Le due parole si usano come sinonimi, ma descrivono situazioni diverse. Lo psicologo Richard H. Smith, che con Parrott ha studiato il tema, ricorda che l’invidia coinvolge due persone: tu desideri qualcosa che ha l’altra persona. La gelosia ne coinvolge tre: hai già qualcosa (in genere una relazione) e temi che una terza persona te la tolga [1].
Un esempio. Se desideri il ruolo che ha una collega, provi invidia. Se il tuo responsabile affida un progetto a una persona appena arrivata e tu temi che il tuo valore non venga più riconosciuto, provi gelosia.
Dove compare la gelosia oltre la coppia
Ogni legame che per noi ha valore può diventare il vertice di un triangolo. Quattro contesti tra i più riconoscibili:
Amicizia
L’amica di una vita costruisce un nuovo gruppo e tu ti senti la terza incomoda. Nessun gesto preciso ti ha escluso: ti manca il posto che avevi. Su questa forma di gelosia non abbiamo uno studio da citare con sicurezza.
Famiglia e fratelli
Tra fratelli e sorelle la gelosia nasce quando l’altro sembra ricevere più attenzione o più approvazione. Volling e colleghe (2002) l’hanno osservata in 60 famiglie con un bambino di 16 mesi e un fratello o una sorella in età prescolare: la gelosia veniva fatta emergere in situazioni in cui il genitore dedicava attenzione all’altro figlio. Nei più grandi, la qualità positiva della relazione di coppia dei genitori prevedeva una migliore capacità di regolare la gelosia [2].
Maternità e genitorialità
Può succedere che un figlio sembri cercare solo l’altro genitore, i nonni o la babysitter, e che tu ti senta esclusa o escluso. Il timore è lo stesso degli altri casi: perdere il tuo posto. Anche qui non abbiamo uno studio da citare con sicurezza.
Lavoro
Il capo affida il progetto che volevi a un collega appena arrivato e temi che il tuo valore non venga più visto. Una ricerca di Robert Vecchio dell’Università di Notre Dame, riportata dalla stampa nel 2006, indica che il 77% delle persone intervistate aveva assistito a episodi di gelosia sul posto di lavoro nell’ultimo mese e più della metà ammetteva un coinvolgimento diretto; la scarsa considerazione dei responsabili alimentava più gelosia e invidia di una guida attenta [3]. Si tratta di dati riferiti da un articolo di cronaca e non di uno studio che abbiamo letto per intero.
Che cosa temiamo quando proviamo gelosia
Sotto la gelosia c’è una domanda sul legame. Parte da qui: “Sono ancora importante per te?”. La paura immediata riguarda l’altra persona che si avvicina a una terza; sotto ci sono domande più profonde.
Poi la domanda si fa più radicale: “Potresti preferire un’altra persona a me?”. E in fondo, la più difficile: “E se perdessi il mio posto nella tua vita?”. Chi prova gelosia non sempre le formula; senza accorgersene agisce come se le avesse già pronunciate.
Insieme a queste domande possono arrivare paura, tristezza, insicurezza, confusione, disperazione e rabbia. Nessuna di queste emozioni è un errore: segnalano che qualcosa che ci sta a cuore ci sembra in pericolo.
Perché alcune persone la provano con più intensità
Non esiste una causa unica. L’intensità della gelosia può dipendere dalle esperienze relazionali passate, dal timore del rifiuto, dalla percezione del proprio valore e dalle aspettative che abbiamo sulle relazioni.
La ricerca sull’attaccamento va in questa direzione. In uno studio su 477 studenti universitari, l’ansia di attaccamento (la paura di essere abbandonati) prevedeva più gelosia, mentre l’evitamento no; la differenziazione del sé, cioè la capacità di restare se stessi dentro una relazione stretta, spiegava in parte il legame tra ansia e gelosia [4]. È un dato correlazionale su un campione giovane: indica una tendenza e non una regola per ogni persona.
C’è un secondo punto. La gelosia può anche essere la risposta a una minaccia reale, come un tradimento o un’esclusione. Quindi la gelosia non coincide sempre con un problema di insicurezza personale: va letta nel contesto in cui compare.
Che cosa possiamo fare con la gelosia
Ciò che sentiamo e ciò che facciamo sono due piani distinti. L’emozione arriva; il comportamento resta una nostra responsabilità. Controllare il telefono dell’altra persona o lanciare accuse dipende da noi, anche quando la gelosia che le accompagna è comprensibile.
Il rimuginio merita un’attenzione particolare. In uno studio su 199 persone (età media 27,6 anni), la gelosia di tipo cognitivo e i comportamenti di sorveglianza erano legati a una minore soddisfazione nella relazione attraverso il rimuginio [5]. Lo studio è correlazionale e basato su questionari: lascia aperta la questione della causa e indica dove guardare.
Prima di reagire, puoi fermarti e farti una domanda: “Che cosa temo di perdere?”. Poi un’altra, più rivolta al significato: “Che significato sto dando a questa situazione?”. Infine, una più pratica: “Di cosa avrei bisogno in questo momento?”. Le risposte non risolvono la situazione, ma ti permettono di scegliere come muoverti invece di essere trascinata o trascinato.
Riconoscere la gelosia significa darle un nome prima che prenda il comando della relazione. Dietro la gelosia c’è un bisogno da comprendere, prima ancora che da superare.
Quando parlarne con un professionista
Vale la pena parlarne quando la gelosia occupa i tuoi pensieri per gran parte della giornata, quando ti spinge a controllare o a accusare, quando rovina relazioni a cui tieni oppure quando ti sembra legata a esperienze passate che non riesci a mettere a fuoco.
Nel nostro centro medico online il primo colloquio orientativo è gratuito.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una valutazione clinica. Contenuto scritto in collaborazione con il nostro team clinico.
Fonti
- [1] Smith, R. H. (2014). What is the difference between envy and jealousy? Psychology Today, blog “Joy and Pain”. Post divulgativo dell’autore, che riprende la distinzione proposta da Parrott e Smith (1993).
- [2] Volling, B. L., McElwain, N. L., Miller, A. L. (2002). Emotion regulation in context: the jealousy complex between young siblings and its relations with child and family characteristics. Child Development, 73(2), 581-600. DOI 10.1111/1467-8624.00425.
- [3] Vecchio, R. P. (ricerca presso University of Notre Dame, Mendoza College of Business), riportata in “Offices’ deadly sin”, National Post, ottobre 2006. Articolo di cronaca.
- [4] Deng, M., Tadesse, E., Khalid, S., Zhang, W., Song, J., Gao, C. (2023). The influence of insecure attachment on undergraduates’ jealousy: the mediating effect of self-differentiation. Frontiers in Psychology, 14, 1153866. DOI 10.3389/fpsyg.2023.1153866.
- [5] Elphinston, R. A., Feeney, J. A., Noller, P., Connor, J. P., Fitzgerald, J. (2013). Romantic jealousy and relationship satisfaction: the costs of rumination. Western Journal of Communication, 77, 293-304. DOI 10.1080/10570314.2013.770161.