Frasi sentite da piccoli: cosa insegnano al nostro mondo emotivo
📑 Indice dei contenuti
- Perché le parole dei genitori restano così a lungo
- Le otto frasi, una per una
- “Smettila o ti do io un motivo per piangere”
- “Fai come vuoi, non mi importa”
- “Sei troppo sensibile”
- “Non ho mai detto una cosa del genere, ti ricordi male”
- “Di quello che succede qui dentro non si parla fuori”
- “Vorrei assomigliassi di più a tuo fratello”
- “Rovini sempre tutto”
- “Faccio di tutto per te e questo è il modo in cui mi ripaghi?”
- Riconoscere queste frasi serve a dare un nome a ciò che senti oggi
- Quando parlarne con un professionista
- Fonti
Le frasi che ascoltiamo da bambini insegnano come stare nelle emozioni: quali si possono mostrare e quali vanno nascoste. Quando una frase viene ripetuta da chi ci cresce, diventa una regola interna che continua a funzionare anche da adulti, senza che ce ne accorgiamo.
In questo articolo riprendiamo otto frasi che molte persone riconoscono come familiari, e per ognuna proviamo a rispondere a due domande: che cosa può aver imparato un bambino sentendola, e che cosa dice la ricerca su questo meccanismo.
Nessuna frase, da sola, racconta un’infanzia intera: chi le ha ascoltate può aver ricevuto anche molto amore. Pesa la ripetizione, perché è lì che una frase smette di essere uno sfogo e diventa un insegnamento.
Perché le parole dei genitori restano così a lungo
I bambini imparano a leggere le proprie emozioni guardando come reagiscono gli adulti. Se la tristezza viene accolta, impara che si può stare male e restare in relazione. Se viene zittita, impara che conviene nasconderla.
Il nome tecnico di questa risposta è invalidazione emotiva: negare o minimizzare ciò che una persona prova. Krause, Mendelson e Lynch (2003) hanno studiato se il legame tra l’invalidazione vissuta da bambini e il disagio psicologico da adulti passi attraverso l’inibizione emotiva, cioè l’abitudine a trattenere ciò che si sente [1].
Un secondo concetto utile è quello di affetto condizionato (conditional regard): l’approvazione del genitore arriva solo quando il figlio sente o si comporta come il genitore desidera. In uno studio su bambini di 5 e 6 anni, l’affetto condizionato usato per spingere a sopprimere la tristezza era associato a minori capacità di riconoscere la tristezza (sui volti e in sé) e di rispondere con empatia a quella degli altri [2].
Le otto frasi, una per una
“Smettila o ti do io un motivo per piangere”
Il pianto diventa un problema da far cessare, e la minaccia aggiunge paura. Il messaggio che un bambino può ricavarne: quello che sento non conta, oppure dà fastidio alle altre persone.
È il terreno dell’invalidazione emotiva descritta da Krause e colleghi [1]. Da adulti, chi ha imparato questa regola può scusarsi quando si commuove o trattenere le lacrime finché non resta solə.
“Fai come vuoi, non mi importa”
Pronunciata dopo un’opinione diversa, comunica che l’affetto si ritira quando ci si espone. Il messaggio: se esprimo il mio pensiero, rischio di perdere il legame con chi amo.
Roth e colleghi (2009) chiamano conditional negative regard il ritiro dell’affetto quando il figlio non si comporta come il genitore vuole. In due studi con adolescenti, questa pratica prevedeva risentimento verso il genitore e, a catena, difficoltà nel regolare le emozioni e minore coinvolgimento a scuola [3].
“Sei troppo sensibile”
La sensibilità viene trattata come un difetto da correggere. Il messaggio: il mio modo di sentire è sbagliato, e per essere accettato devo spegnerlo.
Roth e Assor (2012) hanno interrogato 174 studenti universitari sul comportamento dei genitori: l’affetto condizionato alla soppressione delle emozioni negative prevedeva una regolazione emotiva meno adattiva e una minore capacità di intimità, mentre il sostegno all’autonomia prevedeva l’esito opposto [4].
“Non ho mai detto una cosa del genere, ti ricordi male”
Due persone possono ricordare in modo diverso lo stesso episodio. La frase pesa quando diventa la risposta abituale a ogni racconto del figlio. Il messaggio: non posso fidarmi fino in fondo di quello che ricordo o percepisco.
Il meccanismo rientra nell’invalidazione, cioè nella negazione di ciò che una persona vive [1]. Nel linguaggio comune si parla di gaslighting, un termine che descrive un’esperienza e non una diagnosi.
“Di quello che succede qui dentro non si parla fuori”
La riservatezza familiare è normale. Cambia peso quando copre una sofferenza. Il messaggio: il dolore va nascosto, e la lealtà alla famiglia viene prima della ricerca di aiuto o di sicurezza.
Da adulti, questa regola può tradursi nella fatica a chiedere aiuto, in un senso di tradimento quando si parla della propria storia con una psicologa o uno psicologo. Se in famiglia ci sono o ci sono stati episodi di violenza o di pericolo, parlarne con un professionista è una tutela.
“Vorrei assomigliassi di più a tuo fratello”
Il confronto trasforma il valore di un bambino in una gara che si perde in partenza. Il messaggio: come sono non vado bene, e l’amore dipende dal corrispondere alle aspettative altrui.
Jensen, Pond e Padilla-Walker (2015) hanno coinvolto 338 giovani con età media di 18 anni: la tendenza a confrontarsi con i fratelli era collegata a più sintomi depressivi, e rendeva più forte il legame tra trattamento differenziato dei genitori e sintomi depressivi [5]. Sempre Roth e colleghi (2009) mostrano che anche l’affetto condizionato “positivo”, quello che premia chi risponde alle attese, prevede una spinta interna a conformarsi [3].
“Rovini sempre tutto”
Una frase che parla della persona e non di un gesto. Il messaggio: io sono il problema, e la mia presenza minaccia la serenità di chi mi circonda.
In uno studio con vignette su studenti statunitensi dalle elementari alle superiori, le frasi che criticavano il bambino come persona suscitavano più vergogna [6]. La vergogna dice “c’è qualcosa di sbagliato in me”; il senso di colpa dice “ho fatto qualcosa di sbagliato”. Sono emozioni diverse, e la prima è la più difficile da portare.
“Faccio di tutto per te e questo è il modo in cui mi ripaghi?”
L’amore viene presentato come un credito da restituire. Il messaggio: la mia esistenza è un debito, e sono responsabile dell’infelicità o dei sacrifici delle persone che amo.
Questo meccanismo ha un nome in letteratura, guilt induction, l’induzione del senso di colpa. In uno studio randomizzato su famiglie con un genitore con depressione, un intervento preventivo ha ridotto l’induzione di colpa a sei mesi; il calo era collegato a uno stile di pensiero meno negativo nei ragazzi a dodici mesi e a meno sintomi internalizzanti a diciotto [7]. Un altro lavoro, con 123 coppie madre e adolescente, indica che il legame passa anche dalla percezione: dopo una conversazione di conflitto, i ragazzi con più sintomi internalizzanti riferivano più vergogna e più colpa indotta dalla madre, attraverso una percezione più negativa di lei [8].
Riconoscere queste frasi serve a dare un nome a ciò che senti oggi
Riconoscerle non cancella il bene ricevuto e non assegna colpe: il passato resta quello che è. Cambia il modo in cui lo leggi, e con lui il modo in cui costruisci le relazioni con te e con i tuoi figli.
Un primo esercizio concreto: quando una reazione ti sembra sproporzionata, scrivi la frase che ti è salita in mente e la regola che porta con sé. È una voce adulta che ripete, con il tono di allora, ciò che ha sentito da piccola o da piccolo. Chiamarla per nome la rende una voce tra le altre.
Con i figli, il sostegno all’autonomia che nello studio di Roth e Assor si associa a una regolazione emotiva più adattiva [4] può tradursi in frasi semplici: “Vedo che sei triste, io sono qui” oppure “Su questo la pensiamo diversamente, e va bene”. Se una frase dell’infanzia ti scappa, puoi tornare sul momento e riparare: dire “prima ho esagerato” insegna anche questo.
Quando parlarne con un professionista
Vale la pena parlarne quando una di queste frasi funziona come voce interna che decide per te: ti impedisce di dire di no e ti fa sentire in debito. Vale anche quando le stesse parole escono dalla tua bocca con i tuoi figli e non riesci a fermarle.
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Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una valutazione clinica. Contenuto scritto in collaborazione con il nostro team clinico.
Fonti
- [1] Krause, E. D., Mendelson, T., Lynch, T. R. (2003). Childhood emotional invalidation and adult psychological distress: the mediating role of emotional inhibition. Child Abuse & Neglect, 27(2), 199-213. DOI 10.1016/S0145-2134(02)00536-7.
- [2] Roth, G., Assor, A. (2010). Parental conditional regard as a predictor of deficiencies in young children’s capacities to respond to sad feelings. Infant and Child Development, 19(5), 465-477. DOI 10.1002/icd.676.
- [3] Roth, G., Assor, A., Niemiec, C. P., Ryan, R. M., Deci, E. L. (2009). The emotional and academic consequences of parental conditional regard: comparing conditional positive regard, conditional negative regard, and autonomy support as parenting practices. Developmental Psychology, 45(4), 1119-1142. DOI 10.1037/a0015272.
- [4] Roth, G., Assor, A. (2012). The costs of parental pressure to express emotions: conditional regard and autonomy support as predictors of emotion regulation and intimacy. Journal of Adolescence, 35, 799-808. DOI 10.1016/j.adolescence.2011.11.005.
- [5] Jensen, A. C., Pond, A. M., Padilla-Walker, L. M. (2015). Why can’t I be more like my brother? The role and correlates of sibling social comparison orientation. Journal of Youth and Adolescence, 44, 2067-2078. DOI 10.1007/s10964-015-0327-8.
- [6] Rote, W. M. (2014). Children’s and adolescents’ perceptions of parental guilt induction. Tesi di dottorato, University of Rochester.
- [7] McKee, L. G., Parent, J., Forehand, R., Rakow, A., Watson, K. H., Dunbar, J. P., Reising, M. M., Hardcastle, E., Compas, B. E. (2014). Reducing youth internalizing symptoms: effects of a family-based preventive intervention on parental guilt induction and youth cognitive style. Development and Psychopathology, 26(2), 319-332. DOI 10.1017/S0954579413001016.
- [8] Rote, W. M., Flak, S. R., Ellison, C. (2021). “That’s not what I heard!”: adolescent internalizing, negative perceptions of maternal communication, and felt shame and guilt. Journal of Youth and Adolescence, 50, 1693-1708. DOI 10.1007/s10964-021-01458-4.