Prendersi cura del proprio bambino interiore: come fare pace con il passato

23 settembre 2026 4 min di lettura
📑 Indice dei contenuti
  1. Cos’è il “bambino interiore” in psicologia
  2. Perché il passato torna a farsi sentire nel presente
  3. Dare un nome a quello che senti aiuta davvero
  4. Diventare la propria alleata
  5. Alcuni strumenti da provare nei momenti difficili
  6. Quando cercare un supporto professionale
  7. Fonti

Ti è mai capitato di provare un’emozione così intensa da sentirti disarmata, quasi come se fossi tornata piccola all’improvviso? È un’esperienza più comune di quanto sembri: capita quando un vissuto del passato si riattiva in un momento in cui ti senti più vulnerabile. La psicologia ha un nome per questa parte di noi che a volte prende il sopravvento, e alcuni strumenti concreti per imparare a starci accanto invece di combatterla.

Cos’è il “bambino interiore” in psicologia

L’espressione “bambino interiore” nasce nella psicologia popolare, ma corrisponde a un concetto clinico preciso. Nella schema therapy sviluppata da Jeffrey Young esiste una parte della personalità chiamata vulnerable child mode, la modalità del bambino vulnerabile: la parte di noi che custodisce i bisogni non soddisfatti e le esperienze dolorose dell’infanzia¹. Quando questa modalità si attiva, ci si sente deboli, esposte, indifese, anche da adulte con una vita stabile alle spalle.

Perché il passato torna a farsi sentire nel presente

Non sempre una reazione emotiva intensa riguarda solo ciò che sta accadendo in quel momento. Lo psicoterapeuta Pete Walker ha descritto questo fenomeno con il termine flashback emotivo: una regressione improvvisa e spesso prolungata agli stati emotivi travolgenti vissuti da bambini, quando ci si sentiva abbandonate, sole o in pericolo².

Un evento apparentemente piccolo — un tono di voce, un silenzio prolungato, un rifiuto — può riattivare quella parte più vulnerabile e farla parlare con l’intensità di allora, anche se la situazione di oggi è completamente diversa. È un meccanismo che somiglia a quello descritto in altri automatismi emotivi, come il legame tra perfezionismo e ansia.

Dare un nome a quello che senti aiuta davvero

Il primo passo per non farsi travolgere è fermarsi a riconoscere cosa sta succedendo dentro: un momento di smarrimento, un picco d’ansia, una paura improvvisa. Fermarsi a nominare ciò che si sente ha una base scientifica precisa.

Uno studio di neuroimaging condotto da Matthew Lieberman e colleghi ha mostrato che mettere in parole un’emozione, chiamandola con il suo nome, riduce l’attivazione dell’amigdala — l’area del cervello coinvolta nella risposta di paura — e aumenta l’attività delle aree prefrontali coinvolte nella regolazione emotiva³. Dare un nome a un’emozione la rende più gestibile, un effetto misurabile anche a livello cerebrale.

Diventare la propria alleata

Il modo in cui rispondiamo al dolore che portiamo può cambiare, anche quando la storia che lo ha causato resta quella che è. In psicologia questo approccio prende il nome di autocompassione: la ricerca di Kristin Neff la definisce come la capacità di trattarsi con gentilezza nei momenti di difficoltà, invece che con un giudizio severo, riconoscendo che soffrire fa parte dell’esperienza umana condivisa⁴.

Le persone che praticano l’autocompassione mostrano una maggiore stabilità emotiva rispetto a chi basa il proprio valore solo sull’autostima, e reggono meglio i momenti in cui si sentono messe alla prova. È lo stesso terreno su cui si muove il lavoro su come imparare ad amarsi.

Alcuni strumenti da provare nei momenti difficili

Non serve aspettare una crisi per iniziare. Nei momenti in cui una reazione sembra sproporzionata, fermarsi qualche secondo prima di reagire d’istinto aiuta a distinguere cosa appartiene al presente e cosa arriva da più lontano. Sono gesti piccoli, che nel tempo aiutano a rispondere invece che reagire:

  • respirare lentamente, allungando l’espirazione;
  • nominare l’emozione che si sta provando, anche solo mentalmente;
  • ricordarsi che la situazione di oggi non è quella di allora;
  • concedersi qualche secondo di pausa prima di rispondere.

Quando cercare un supporto professionale

Riconoscere da sole questi meccanismi è un primo passo importante, ma non sempre basta a scioglierli. Un percorso di psicoterapia aiuta a lavorare sulle radici di queste reazioni in un contesto sicuro, con una guida che sa come accompagnare il processo senza travolgere chi lo vive.

Prendersi cura delle proprie fragilità è un cammino lento, che riduce l’influenza del passato su come si vive il presente, con pazienza e senza fretta. Se non sai se è il momento, possono aiutarti i segnali che indicano quando chiedere una consulenza psicologica e sapere cosa aspettarsi dalla prima seduta.

Tutto quello che hai vissuto fa parte di te. Un percorso di supporto psicologico con una professionista del team clinico di MamaMind può aiutarti a costruire un modo nuovo di stare con la tua storia, un passo alla volta.

Fonti

  • ¹ Young, J.E., Klosko, J.S., & Weishaar, M.E. (2003). Schema Therapy: A Practitioner’s Guide. New York: Guilford Press.
  • ² Walker, P. (2013). Complex PTSD: From Surviving to Thriving. Lafayette, CA: Azure Coyote Publishing.
  • ³ Lieberman, M.D., Eisenberger, N.I., Crockett, M.J., Tom, S.M., Pfeifer, J.H., & Way, B.M. (2007). Putting Feelings Into Words: Affect Labeling Disrupts Amygdala Activity in Response to Affective Stimuli. Psychological Science, 18(5), 421–428.
  • ⁴ Neff, K.D. (2003). Self-Compassion: An Alternative Conceptualization of a Healthy Attitude Toward Oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101.

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