Reprimere le emozioni non è una buona idea
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A volte sembra di riuscire ad andare avanti solo perché si mette da parte quello che si prova: si stringono i denti e si arriva a fine giornata come se certe emozioni si potessero silenziare come le notifiche del telefono. Il corpo, però, registra tutto: tensioni che non si sciolgono, irritabilità, fatica a riposare davvero, quella sensazione di essere sempre un po’ oltre il proprio limite emotivo.
Le emozioni sono segnali, non errori
Tristezza, frustrazione, rabbia, paura non sono emozioni sbagliate: sono segnali che raccontano cosa sta succedendo dentro o intorno a una persona. L’espressione delle emozioni è parte del benessere psicologico, come mostrano decenni di ricerca sulla regolazione emotiva.
Soprattutto per donne e madri, però, è facile interiorizzare l’idea che certe emozioni vadano controllate o nascoste: non provare rabbia, superare in fretta la tristezza, non mostrarsi ansiose. Una ricerca sullo sviluppo delle differenze di genere nell’espressione emotiva documenta come questi messaggi si accumulino fin dall’infanzia, modellando cosa le bambine imparano a mostrare e cosa imparano a nascondere¹.
Perché reprimere non funziona nel lungo periodo
Nel breve termine, reprimere un’emozione può sembrare utile: permette di andare avanti, di finire la giornata, di reggere l’urto del momento. Gli psicologi James Gross e Oliver John hanno confrontato questa strategia, la soppressione espressiva, con un’altra, la rivalutazione cognitiva, su un ampio campione di persone.
I risultati mostrano che chi ricorre abitualmente alla soppressione sperimenta più emozioni negative, meno emozioni positive e un funzionamento interpersonale peggiore rispetto a chi rielabora l’esperienza in altro modo². Nel tempo, la distanza da se stessi aumenta e diventa più difficile capire davvero come si sta.
Quando l’emozione bloccata riemerge altrove
Reprimere un’emozione non la fa sparire, la sposta: quando resta bloccata a lungo, tende a riemergere come tensione nel corpo, irritabilità, ansia, senso di sovraccarico o stanchezza profonda. Le emozioni non espresse restano in attesa di uno spazio in cui essere riconosciute.
Una delle prime ricerche a documentare questo meccanismo, condotta dallo psicologo James Pennebaker, ha mostrato che le persone che non condividevano con nessuno le proprie esperienze più difficili riportavano più problemi di salute rispetto a chi trovava un modo per raccontarle, e che mettere per iscritto un’esperienza emotivamente intensa riduceva in modo misurabile il numero di visite mediche nei mesi successivi³. È lo stesso terreno su cui si muove la difficoltà a dire di no.
Regolare non significa reprimere
Regolare le emozioni significa riconoscerle, tollerarne la presenza e scegliere come esprimerle o come agire, senza che prendano il controllo. Esprimere un’emozione non equivale a esplodere o scaricarla sulle altre persone: può voler dire
- parlarne con qualcuno di cui ci si fida;
- scriverne, anche solo per sé;
- condividerla in una relazione sicura;
- o anche solo dirsi internamente “sto provando questo, ed è comprensibile”.
Mettere in parole ciò che si prova, anche solo mentalmente, riduce l’attivazione delle aree cerebrali coinvolte nella risposta di allarme, un meccanismo documentato da uno studio di neuroimaging sull’affect labeling⁴. Dare un nome a un’emozione, in questo senso, è già un primo passo per attraversarla.
Cosa cambia quando si impara a non reprimere
Imparare a non reprimere è un modo per integrare ciò che si sente, non per perdere il controllo. Nel tempo questo favorisce una maggiore stabilità emotiva, relazioni più autentiche e un carico interno più leggero.
Creare questo spazio è un lavoro paziente: darsi tempo per nominare ciò che si muove dentro, trovare luoghi e persone sicure con cui condividerlo, iniziare a fare amicizia con parti di sé che per molto tempo sono rimaste in disparte. Attraverso la psicoterapia si può imparare a riconoscere, regolare ed esprimere le proprie emozioni, e a vivere con un carico più leggero. Un percorso con il team clinico di MamaMind può aiutarti a costruire questo spazio, un passo alla volta. Può essere utile anche scoprire le emozioni positive come risorsa.
Fonti
- ¹ Chaplin, T.M. (2015). Gender and Emotion Expression: A Developmental Contextual Perspective. Emotion Review, 7(1), 14–21.
- ² Gross, J.J., & John, O.P. (2003). Individual Differences in Two Emotion Regulation Processes: Implications for Affect, Relationships, and Well-Being. Journal of Personality and Social Psychology, 85(2), 348–362.
- ³ Pennebaker, J.W., & Beall, S.K. (1986). Confronting a traumatic event: Toward an understanding of inhibition and disease. Journal of Abnormal Psychology, 95(3), 274–281.
- ⁴ Lieberman, M.D., Eisenberger, N.I., Crockett, M.J., Tom, S.M., Pfeifer, J.H., & Way, B.M. (2007). Putting Feelings Into Words: Affect Labeling Disrupts Amygdala Activity in Response to Affective Stimuli. Psychological Science, 18(5), 421–428.